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Le due fonti della nostra antropologia

Il pensiero greco con la sua tragicità, e quello ebraico-cristiano con l'idea di patto

La riflessione del filosofo Giuseppe Natoli sulle origini dell’antropologia occidentale* induce l’autore a considerare che tutte le civiltà sono il frutto di diverse contaminazioni «e quindi in debito tra loro». L’uomo Occidentale è il risultato di questo incontro di varie culture e della loro reciproca contaminazione. A segnare la nascita dell’uomo Occidentale contribuisce in modo particolare la cultura greca (definita “metafisica del tragico”) e quella giudaica con la sua teologia del patto.

I greci, nella loro comprensione del mondo, osservavano una natura (physis) violenta e insensibile alla condizione degli individui. Gli antichi scrittori greci descrissero la natura, gli dèi e gli esseri umani come forze opposte e in continuo conflitto. Tutto ciò lo videro dapprima nel mito e poi rappresentato nella tragedia. Il mito racconta come «la vita, tra lotte selvagge e grandi passioni, afferma sempre se stessa» (p. 10); è la considerazione greca che «nulla si crea, tutto si trasforma, nulla si distrugge». L’uomo greco è quindi posto, sin dall’inizio, nel gioco spietato della vita e della morte. Le tragedie raccontano le stesse cose, ma dal punto di vista di chi il conflitto lo vive, lo subisce e lo patisce. La tragedia presenta esseri umani non solo in balia di potenze esterne ma anche delle loro voglie e passioni. È la tragedia di Edipo re di Sofocle quella che più rappresenta l’enigmaticità e la contraddittorietà del mondo e dell’uomo. Edipo, uomo pieno di sé, enigma a se stesso, esprime nel modo più chiaro l’“essenza del tragico”. 

La cultura giudaica apre invece a una visione nuova del mondo. Israele, seppur influenzato dalle culture circostanti, emerge con una sua peculiarità: la fede nell’“unico Dio” contrapposto agli idoli muti degli altri popoli a cui non bisogna prostrarsi. Il Dio Unico non può essere paragonato agli altri dèi (Is 4, 18); egli occupa l’intero spazio del divino per essere l’Altissimo, il Signore del cielo e della terra, il liberatore di Israele. Ciò non vuol dire che è Dio di un solo popolo, ma a questo popolo si lega per sempre nell’alleanza al Sinai. Se le divinità greche non sono altro che rappresentazioni di forze naturali che signoreggiano gli esseri umani, a cui essi danno un nome e si sottomettono per averli propizi, il pensiero giudaico «si pone in totale discontinuità […] e radicalizza la trascendenza nella polarità io-tu del patto» (p. 40). Ciò rende l’umano intimo a Dio. Il popolo è liberato dalla schiavitù egiziana ma al tempo stesso è obbligato ad osservare la Torah, «non per imporre una nuova servitù, ma per liberarlo interiormente avviandolo sulla via del diritto e della giustizia» (p. 44). Il Dio degli ebrei è «il Dio della legge». La salvezza è in stretta relazione con la legge e quindi con la misericordia e il perdono. «Ora, solo se Israele resterà fedele alla legge il deserto fiorirà, se invece l’Egitto gli è rimasto nel cuore la terra tornerà deserto» (p. 45). Dio promette al suo popolo le sue benedizioni, ma a certe condizioni (Lv 26, 3; 26, 12; Lv 26, 14-16).

Natoli sottolinea che lo schema colpa-punizione «non sempre si rivela sufficientemente esplicativo ma fa, anzi insorgere nuovi problemi che sollevano interrogativi sulla giustizia di Dio» (p. 48). Il nesso retributivo peccato-punizione entra in crisi «con il modificarsi dell’assetto sociale, vale a dire con l’uscita da una società tribale e l’emersione dell’individualità» (p. 48). Già il profeta Ezechiele affermava che i figli non devono pagare per le colpe dei loro padri (Ez. 18, 1ss). Solo i colpevoli devono rispondere della loro colpa e nessun altro. Ognuno è responsabile del proprio agire. Il libro di Giobbe smentisce l’automatismo fra peccato e perdita poiché presenta la figura di un “giusto sofferente” (Gb 1, 8). E qui sta lo scandalo del dolore specie se ritenuto innocente. Come è possibile che il giusto soffra? «Pur nella differenza, la metafisica del tragico e la teologia del patto hanno come tratto comune la consapevolezza della finitudine umana a fronte dell’indominabile» (p. 68). Brevi pensieri su una pubblicazione ricca di spunti di cui si è potuto dare solo alcune indicazioni.

* S. Natoli, Uomo tragico, uomo biblico. Alle origini dell’antropologia occidentale. Brescia, Morcelliana, 2019, pp. 80, euro 8,50.

Foto: Teatro greco di Siracusa

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