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Una Consultazione partecipata e dinamica

Mirella Manocchio, presidente del Comitato permanente dell’Opera per le chiese metodiste in Italia (Opcemi) ritorna sull'annuale Consultazione metodista di Velletri

Il 26 maggio si è chiusa ad Ecumene (Velletri, Roma), l’annuale Consultazione metodista. Alla pastora Mirella Manocchio, presidente del Comitato permanente dell’Opera per le chiese metodiste in Italia (Opcemi), abbiamo chiesto una valutazione dell’incontro.

«È stata una Consultazione partecipata, per la quantità e la qualità di interventi. Un momento importante di discussione nel corso del quale oltre ad emergere alcune criticità, sono state tracciate anche dinamicità all’interno delle comunità, la voglia di rimettersi in gioco su alcuni temi importanti come, ad esempio, quello della povertà non solo economica ma anche spirituale e di valori». 

Quali criticità sono state evidenziate? 

«Difficoltà di tipo economico, anche se quest’anno le comunità hanno fatto uno sforzo importante, con un aumento delle contribuzioni di quasi 16mila euro. Poi c’è la difficoltà di trovare persone disponibili a ricoprire incarichi all’interno della chiesa. Qualcuno ha evidenziato nelle nostre chiese una certa clericalizzazione e tendenza a delegare al pastore non solo il discorso della testimonianza ma anche la rappresentanza della chiesa. Inoltre, le chiese tendono ad invecchiare ed il ricambio generazionale è scarso, quest’ultimo è un elemento comune a tutte le chiese cristiane anche a livello europeo. Sono stati evidenziati però anche dei segnali positivi come l’esperienza del Breakfast Time– servizio di colazioni ai senzatetto – a Milano e a Roma: un’attività che ha motivato le comunità locali a mettersi in gioco in prima persona e che fanno ben sperare». 

Quali temi sono emersi durante la Consultazione?

«Oltre a quello della povertà, il Comitato permanente ha voluto mettere l’accento sulla questione del clima e della sostenibilità ambientale non a ricalco di quello che vediamo con i Friday for future sollecitati da Greta Thunberg, ma ripartendo da ciò che le grandi assemblee ecumeniche internazionali hanno iniziato a fare, oserei dire profeticamente, negli anni ‘80 e ’90, ad esempio sul clima legato alla giustizia sociale. Alcune comunità metodiste si stanno già impegnando su questo macrotema e ce ne sono altre che stanno cominciando a interrogarsi nuovamente su questa questione». 

Quali saranno le priorità di lavoro del Comitato Permanente nel prossimo anno?

«Da una parte fare in modo che il bilancio si mantenga in positivo come quest’anno, utilizzando in modo oculato le risorse ma investendo anche nella missione e nella testimonianza; dall’altra, mantenere e ampliare i rapporti con le chiese metodiste sorelle a livello internazionale attraverso collaborazioni, mettendo in atto progetti che possano essere utili per l’Italia».

In questo clima caratterizzato da odio, violenza, incertezza per il futuro quale può essere il contributo specifico dei metodisti italiani?

«Dalla fine degli anni ’80 i metodisti italiani si sono occupati di accoglienza e di contrasto all’esclusione e alla discriminazione. Ovviamente non è uno specifico soltanto metodista. Certo, le chiese metodiste ce l’hanno nel loro Dna, ma direi che dobbiamo continuare ad impegnarci in quella che è una testimonianza propria di tutte le chiese protestanti che fanno capo alla Federazione delle chiese evangeliche in Italia. Dal livello dell’accoglienza occorre poi passare a lavorare sui diritti; anche questo non riteniamo sia uno specifico delle chiese metodiste, ma di tutte le chiese protestanti. Mi pare che su questo fronte la Fcei si stia saggiamente muovendo, e dunque è importante sostenere il lavoro della Federazione».

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