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Su iniziativa della «dossettiana» Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII (Fscire) è nata a Bologna l’«Accademia europea delle religioni», un’istituzione «ombrello» che si propone di mettere in rete università, dipartimenti, centri di ricerca, associazioni, studiosi e riviste dedite alle religioni e ai molteplici temi ad esse correlate, e di farlo su scala europea: dal Mediterraneo al Medioriente, dal Caucaso alla Russia. Alla cerimonia di lancio – ospitata il 5 dicembre nell’aula magna di Santa Lucia dell’Università di Bologna e patrocinata dal Parlamento europeo, dai ministeri degli Esteri e dell’Istruzione, della Regione Emilia Romagna e dal comune di Bologna – hanno preso parte circa 500 delegati interreligiosi convenuti da tutti i paesi europei per stringere conoscenza e tessere i primi rapporti (tra i protestanti italiani erano presenti Lothar Vogel della Facoltà valdese di teologia, Paolo Naso de La Sapienza e Claudio Paravati, direttore del mensile «Confronti»). Nel pomeriggio, tre diversi gruppi di lavoro si sono occupati di abbozzare lo Statuto dell’Accademia, di identificare comuni piattaforme di ricerca e di individuare la data del prossimo incontro annuale – probabilmente nella primavera 2018, per evitare sovrapposizioni con le celebrazioni del Cinquecentenario della Riforma. A margine dei lavori, l’Agenzia NEV ha incontrato Alberto Melloni, professore, storico del cristianesimo e segretario dello Fscire, alla cui iniziativa si deve un progetto il cui futuro è ancora tutto da scrivere, ma che nelle sue intenzioni si profila unico nel panorama del dialogo e dello studio interreligioso europeo.

Oggi è nata un’Accademia europea delle religioni. Perché? Che cosa si propone di fare?

«Una cosa molto semplice. Si tratta di una piattaforma, una cornice, all’interno della quale offriamo e domandiamo alle numerosissime associazioni di studiosi che si occupano delle esperienze, delle dottrine e del fatto religioso con strumenti disciplinari molto diversi tra loro, di diventare gli uni il pubblico degli altri. Vogliamo creare un luogo nel quale studiosi non soltanto d’Europa e dell’Europa, ma anche di tutto ciò che le sta attorno – Nord Africa, Medioriente, Balcani, Caucaso, Russia – possano diventare sensibili gli uni agli altri».

Un progetto enorme, a dimensione continentale, che si avvale d’importanti patrocini istituzionali italiani ed europei. Quando nasce l’idea di un’Accademia europea sul fatto religioso, come siete riusciti a lanciarla, e cosa vi proponete di fare da domani?

«L’idea risale al 1996, quando creammo la “Tres”, Theology and Religion Studies in Europe, grazie a un progetto di ricerca europeo che riguardava la pedagogia religiosa. Da quell’iniziativa non residuò una struttura permanente. Un paio d’anni or sono invece abbiamo deciso di raccogliere gli indirizzi e gli statuti di 2500 associazioni ed enti; ci siamo resi conto che lo spazio c’era: nel senso che esistono già società di studi che richiedono l’adesione a società nazionali, alcune delle quali pongono dei limiti confessionali; il nostro vuole invece essere uno spazio dove i contributi vengano giudicati dalla quantità di intelligenza che impiegano e producono, non dai presupposti che ciascuno può attaccare all’attaccapanni che vuole, religiosi o irreligiosi che siano».

Un’accademia europea delle religioni presuppone un’Europa culturale e forse anche politica. Quali sono, a suo modo di vedere, il ruolo e le prospettive delle religioni in quello spazio pubblico sovranazionale che prende il nome di Unione europea?

«Quello che per me è importante è la conoscenza dell’esperienza religiosa, delle dottrine, dei testi, non delle religioni in generale – che in realtà non esistono, perché al mondo esistono soltanto i credenti, le piante in quanto tali non sono religiose –; ci interessa mettere in campo il postulato che la conoscenza di questi fenomeni e realtà unitaria. Se voglio dare un contributo contro il radicalismo islamico, studio i padri della chiesa siriaca del IV secolo; e se lo faccio bene contribuisco. Un contributo alla pace di questo continente non verrà dalla “sociologia dei buoni sentimenti”, lo daremo costruendo e creando dei saperi che possano impregnare il terreno e renderlo fecondo rispetto alle idee di pace. La guerra non è un’erbaccia da sradicare, come viene suggerito con il termine “deradicalizzazione”, è un male che va evitato, e lo evita il buono che possiamo seminare con l’intelligenza, con lo studio che è passione. Se non capiamo questo non andiamo da nessuna parte».

I gruppi di lavoro creati questo pomeriggio hanno cominciato ad occuparsi del prossimo appuntamento e anche dello statuto. Di quale tipo d’organizzazione formale si doterà l’Accademia?

«La nostra idea è di far partire molto presto un appuntamento annuale, all’interno del quale società e studiosi convengano a fare insieme ciò che altrimenti farebbero comunque da sole. Non vogliamo imporre una tematica generale; vogliamo chiedere ai dipartimenti di filosofia, agli editori del corpus coranico, piuttosto che ai traduttori del Talmud, che cosa stanno facendo, e proporgli di farlo insieme. Uno statuto ci vuole, ma che metta al riparo un’istituzione come questa dai suoi nemici: il potere e il denaro. Uno statuto leggero che renda evidente che questa iniziativa non è un erogatore di fondi – raccogliere soldi va benissimo, ma per consentire a mille dottorandi di partecipare gratis, non per altro – e che non è una struttura di potere in cui ciascuno parla per rappresentanza. Ciascuno dovrà parlare per sé e basta, l’obiettivo è parlarci insieme, non nominare qualcuno che parli per gli altri. Un buono statuto prevederà il minimo che serve per far funzionare il meccanismo di raccolta idee: saranno le entità partecipanti ad avere onori e oneri. Certamente, ognuno pagherà una quota per partecipare, per rendere possibile l’incontro annuale, ma non per essere membri. L’incontro che io immagino vuole essere un’occasione anzitutto per chi vive in contesti accademici e scientifici isolati o troppo piccoli, per chiunque desideri esercitare la grande virtù umana della curiositas in un contesto più ampio».

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